We are Open

Una fotografia, quella di Silvio Canini, Che mira a superare il reportage. Meglio, lo esplora attentamente per poi giungere a scavalcare i codici più tipici. Da un lato Canini pratica fino in fondo il racconto che è classico di questa forma storica della fotografia, raccogliendo compiute “storie” di strada. Dall’altro lo spezza in piccole sequenze temporali che mostrano il susseguirsi degli scatti e, nell’insieme, la validità di ognuno di essi e non di uno soltanto, smitizzando l’unicità del “momento decisivo”. Dall’altro ancora individua all’interno di una stessa scena più storie, mettendo in movimento dunque l’immagine come se fosse composta da più parti. Infine costruisce dittici, trittici, o politittici attraverso i quali crea rimandi, analogie e scandisce realtà in propri racconti immaginari. Il riferimento, in questa sua ricerca, è quello di un mondo incontrato in un viaggio negli Stati Uniti. Un mondo evidentemente variegato, affollato di diverse contemporanee realtà, di fronte alle quali la fotografia deve organizzarsi in forme più complesse che vanno al di là dello stesso “scatto”. Canini dà risposta a questo bisogno di esprimere la “contemporaneità” istituendo uno schermo panoramico sulla cui orizzontalità le figure si muovono, spostandosi in uno spazio realistico, oppure dialogano o si voltano le spalle come divise da sipari, cesure grafiche e spazio-temporali create per l’occasione. 

Gli accostamenti delle immagini rispondono ancora, spesso, all’imperativo di un’armonia compositiva, di una geometria dolce di pieni vuoti. Talvolta essi peró vanno oltre, verso giochi ottici che mettono in discussione la realtà in modo interessante e sembrano esplorare i meccanismi della visione stessa. 

A volte, poi, fanno scaturire riflessioni sulla composizione della complessa, satura società americana. 

C’è dunque una positiva progressione nel lavoro di Canini. Ed è, la sua, una fotografia in se stessa positiva, fiduciosa nelle possibilità dell’immagine, sorridente si potrebbe dire, che lascia molto sperare nei futuri sviluppi di questo fotografo che vorremmo divenisse un nuovo autore della fotografia italiana contemporanea.

 

Roberta Valtorta

 

Venditori d'ombra

La spiaggia della riviera romagnola accoglie tutti senza permettere a nessuno di diventarne il leader assoluto. L’età, la forma fisica, le attitudini mentali, la disponibilità economica: queste cose naturalmente contano e disegnano modi diversi di stare sulla spiaggia, ma sono stili della vacanza che vediamo vivere assieme, uno accanto all’altro, in un prodigioso e democratico equilibrio.

Questo è il condominio dove tutti possono trovare casa, la piazza grande dove ogni gruppo riconosce il proprio angolo, vi si installa ed è disposto a difenderlo: è la New York del mare e, come a New York, ci puoi trovare ogni cosa ma non il silenzio spinto. Chi cerca al mare la cornice selvaggia dove la presenza umana è rara e quasi inavvertita, non deve proprio venire qui: e infatti non ci viene. A tutti gli altri, ai bambini, ai giovani, ai vecchi, agli amanti dell’abbronzatura, del nuoto, delle bocce, dei castelli di sabbia, del mare alle caviglie, del mare fondo, del fondo di giornale, dei muscoli, delle pance, delle vele, delle chiacchiere, degli amori brevi e degli amori lunghi, dei pedalò, della ginnastica light e dei coni gelato, un benvenuto affettuoso. La Romagna tollerante e sorniona – la terra di Federico Fellini – ha un cono d’ombra per tutti e un bagnino disposto a vendervelo.

La spiaggia della riviera romagnola è dunque natura ma è soprattutto società, una realtà complessa di persone dai bisogni armoniosamente disarmonici. In questo, la Romagna offre a chi la frequenta un’esperienza unica. C’è perfino spazio per le istanze più radicali, per i semi delle utopie: la biblioteca sul mare, la spiaggia per i cani che accompagnano i loro padroni, la palestra con le attrezzature sofisticate, il bagno con le tende d’inizio secolo. Come sempre accade con le avanguardie, sono spunti da considerare perché forse stanno già raccontando il futuro, mentre da Marina di Ravenna a Cattolica, attraverso Cesenatico, Bellaria, Rimini e Riccione, si dispiega e prende corpo questo favoloso rito che ha tanti officianti e milioni di fedeli.

Ecco la vacanza che Silvio Canini presenta in questo reportage, la spiaggia da godere tutta d’un fiato e da riguardare poi con il gusto e l’attenzione ai dettagli, perché contemporaneamente appaiano la storia e le storie. Ecco il romanzo della Romagna e, insieme, i racconti che ci colgono in istantanee perfette.

La stessa tecnica che Canini ha adoperato per le immagini di questo libro è tremendamente congeniale allo scopo. Ha usato infatti una macchina fotografica Holga – poco più che un giocattolo, uno di quegli apparecchi che per la messa a fuoco hanno un paio di posizioni fisse con l’icona dell'omino e della montagna per indicare campi brevi e lunghi – e ha fatto slittare immagine sopra immagine fino a ottenere delle panoramiche che sembrano tali ma non lo sono del tutto. Ci sono infatti personaggi che ritornano nella stessa immagine diventata sequenza, sfocature sui margini, ridondanze di luce. Insomma, la leggibilità è garantita purché non pretenda cristallina chiarezza. Chiedono spazio il rumore di fondo della vacanza, il suo brio, il suo disordine, la felice incapacità di restare completamente nelle righe e Silvio , intelligentemente, questo spazio lo concede tutto.

Ci sono in questo libro scatti dove la fantasia mi appare irresistibile ma rinuncio ad indicarli; meglio se ognuno avanzerà con la bussola del proprio gusto. Vorrei invece segnalare un ultimo tema che Silvio ha tenuto ben presente – e con molto affetto, mi sembra - nella costruzione di quest’opera: la dimensione del lavoro.

Il lavoro della riviera deve essere agile nel nascondersi sotto sombreri e sorrisi per intonarsi all’aria allegra che si respira, ma c’è. Così Canini apre il libro con immagini che raccontano la preparazione della spiaggia in vista della sua epopea estiva. C’è ancora un po’ di notte negli occhi ma i muscoli cominciano a stirarsi. Appare perfino una cura maniacale nell’allestimento dei bagni che può far venire in mente le campagne militari: cabine, ombrelloni, lettini, aree di gioco, docce, tutto tirato a lucido, tutto misurato al millimetro, tutto alla distanza esatta.

Lo spettatore può anche credere, a teatro, che il volo dei danzatori sia naturale e facile come quello delle rondini, ma dietro le quinte si approfondisce una verità fatta di dedizione e di lunghi giorni di lavoro per arrivare, pronti, al balzo d’un attimo.

 

Stefano Coppini

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Eccoci laggiù,sulla vena aperta della pianura,dove il mare è solo la piscina degli hotel,dove la strada finisce…contro la sabbia e là ci si intrappola ed impiglia nel bagnasciuga.Tutto l’anno tra fantasmi di bagni chiusi, tutto l’anno,la riviera mantice che si gonfia e si sgonfia di anime e di ospiti che hanno finito per sbattere contro al parabrezza della macchina …fotografica e si sono appiccicate agli occhi di Silvio come farfalle morte,stampate sulla bacheca,e come esse colorate e volanti…in successione di continuità come i tanti angoli che devono esserci negli organi che consentono la vista delle api.. che anch’esse si nutrono del fiore colorato ed evanescente degli ombrelloni. Tra essi, custodi di fantasmi, si aggirano facce conosciute ai loro conoscenti,che come tutto il resto avvicendano il loro volto nel tempo,il loro abito,il sorriso e il decadimento dei capelli,fermati di volta in volta nel cammino alle stazioni di pedaggio di qualche festino,qualche ricevimento.

Essi vanno e vengono,soltanto le case di legno dei bagni restano.Le sentinelle del bagnasciuga,qui fermate nel loro più smagliante e temprato colore: Del resto le foto fatte vicino all’acqua devono avere qualcosa dell’acquarello,la delicatezza,la volatilità…l’evaporazione.

Le immagini vaporano agli occhi di questa tinozza da bagno,bagno fotografico…fateci attenzione,potrebbero sparirvi tra le mani,perché sono così…appena affiorate,non ancora consolidate,come i nostri ricordi dopo una sbornia di pomeriggio al mare.

(in Romagna,che,si sa,più che un luogo è un sentimento.)

 

Vinicio Capossela

 

MARE DI SILENZIO

In Riviera è di nuovo inverno. Stagione lenta.  

La citazione non viene però dal circo televisivo che trasforma elettrodomestici accesi in consenso, canzonettari in demiurghi, sedie vuote in presenze spirituali. 

“Inverno, lenta / stagione / La sola vera: / l’altre, fiorite, un sogno”. E’ una poesia di Lalla Romano, scrittrice, poetessa, pittrice contemporanea.

Tra poesie, spettacoli, metafore, rock e Romagna siamo già nell’uso postmoderno dei linguaggi: privati della loro univocità vengono attraversati da ciò che è multiplo, elastico, in un continuo gioco di combinazioni e decomposizioni. E’ il pensiero “nomade” che non può essere chiuso nella sua completezza, ma rimanda ad altri luoghi, ad altri sensi, ad altre interpretazioni, proprio come il silenzioso inverno marino di Silvio Canini con le sue molteplici letture. 

All’inizio attrae la seduzione delle forme, quel sentire ovattato dalla coltre bianca che tutto riflette, quel deserto intonso di orme, abitato da oggetti che sembrano riscoprire adesso il loro vero modo di essere. Il mondo rielabora il proprio significato nella pensosità dell’essenziale: il paesaggio è morbido, languido, e lo scatto fotografico è una carezza che vuole solo cullare, senza nulla pretendere. 

Riconosco i segni della mia terra, la lunga lingua di sabbia piena di eccessi estivi, di gente, di chiasso, dove tutto si vende e soprattutto l’Ombra, come un piccolo spazio privato in un immenso condominio orizzontale. Ma è inverno, adesso. Della rappresentazione estiva restano solo i simulacri, strutture spoglie e oggetti protetti in un vestito spesso sgargiante, che arrotonda la forma, addolcisce la materia, ricopre l’anima assorta, appena svelata dagli echi di passate presenze.

L’inverno è il tempo che passa e rimuove, che scolpisce gli eventi nella memoria e li modifica, trasformando la realtà vissuta in attimi scomposti e incongruenti: solo a tratti il ricordo riporta alla luce qualche evento, per chissà quale mistero sopravvissuto all’oblio. Adesso è una misera fontanella di cemento, guardiana di un campo di prigionia e pietra miliare della rete di giochi e di codici in cui pare di naufragare. Poi è una palma innevata a fianco di una piccola piramide telata di rosso e di blu, apparizione di una civiltà morta, disincanto di sapore esotico. 

Il linguaggio della metafora trasforma la spiaggia in un foglio bianco di neve, ove è tracciato un alfabeto appena scoperto, una breve catena di significati che non si possono del tutto comprendere. Sono simboli autonomi, di una assoluta necessità espressiva, che affascina e sfugge: geroglifici di altalena, cirillici capitelli ionici, ideogrammi di alberi maestri.  

Nelle immagini c’è la forza della scomposizione, il libero arbitrio della creazione dei segni con le matite colorate di un album elementare. E’ libertà di espressione, una collezione di singoli frammenti che sono come parole magiche, quando non è il verbo ad avere senso, ma piuttosto il suo significato nascosto, individuale come il desiderio, sorprendente come l’effetto dell’ incantesimo. Il sapore è quello di un intenso presente, vulnerabile, solitario, fuggevole. Il passato è sopito, il futuro è negli indizi disegnati sulla neve o nell’artificio che germoglia e sopravviene. L’uomo è una comparsa nel palcoscenico sempre aperto e la neve solamente un casuale effetto speciale. 

Le immagini essenziali, fatte di reti, isole di tavolini, colorati pennoni, altalene disegnate col vinavil, germogli artificiali di rosso vivo e finte canne, sono il nucleo centrale di una narrazione destrutturata, in uno spazio irreale, istantaneo e assolutamente provvisorio. 

Il resto è ouverture di una melodia silenziosa, poi un allegro moderato di contaminazioni e complessità, rese accessibili dal fortuito evento di una nevicata che leviga gli spessori. 

E’ l’ambito della percezione contemporanea, in cui l’unità di misura del tempo è l’istante, inafferrabile e in continuo movimento, mentre quella dello spazio è il bit di condivisione universale, da ovunque raggiungibile, in un bazar di usi e di costumi che non caratterizzano più nulla. Storie di oggetti sopravvissuti riempiono lo spazio immacolato con simulacri di tronchi extracomunitari, fontanelle di sapor magrebino, aste colorate di sacralità nipponica, scivoli dalle curve arabeggianti. Persino il Bagno Toni, numero 87, è diventato una pagoda elegante e spogliata di ogni funzione immanente; è solo un cimelio di altre stagioni. 

Non è più tempo di rappresentazioni definitive e universali, la poetica del frammento esprime l’impossibilità di definirsi come soggetto unitario: sulla spiaggia bianca sfilano le molteplici singolarità dell’io, coesistenti o in collisione tra loro, ma tutte caduche, effimere. Ogni segno colorato si distingue e si afferma con la sua sola presenza, per puro incanto dello sguardo, forza di contaminazione, magnifica irrilevanza e sospiro di libertà senza azione.  

Il nostro secolo ha dissolto l’ottimismo degli illuministi, le verità oggettive non hanno retto lo scontro con le disarmonie e le imperfezioni. L’uomo postmoderno cerca la strada relativa, elimina le assolutezze e aderisce alla contingenza della vita: nell’eterno divenire l’accidentale è essenziale. Ecco allora che il riappropriarsi di una delle realtà possibili significa esprimere la singolarità e lo scarto nella regolarità apparente: un rosso bottone potenzia il riverbero della neve, sorge dal nulla come la tana del Bianconiglio, è l’ingresso ad un altro mondo impossibile.

Non è un bottone!” mi dice Canini al tavolo della pizzeria, fotografie sparse anche sul tavolo accanto e cameriere che ascolta, più attento ai discorsi tra noi che alle ordinazioni: “E’ un culo di bottiglia. Il segnale dal quale tutto è cominciato! L’ho visto affacciarsi da sotto la neve e sono entrato in un’altra dimensione.

Così lo seguo nella sua corrente di galleggiamento, nei meandri delle interpretazioni, ognuna parte integrante di una realtà mutevole e veloce, che ci sfugge. Lui registra  l’effimero e lo traduce persino nella scelta del mezzo. La sua fotocamera è un giocattolo imperfetto, che fa della fragilità la sua gloria e il suo manifesto: è una Holga di plastica a due sole aperture di diaframma, sberleffo alla tecnologia che invade i nostri spazi e tiranneggia i tempi della sopravvivenza umana. L’effetto è puramente sensoriale, l’immagine ritorna a prevalere sulle idee, in un ambito che è autentico piacere, ma anche autorità creativa della visione.

Ogni fotografia è una storia a sé stante e irrisolta, eppure interconnessa alle altre della sequenza, persistente fuggevolezza sulla superficie soffice e bianca del nastro di spiaggia. 

Sono candori di privati spazi di senso, appena delimitati da una scarna segnaletica: sono i romanzi incompiuti di Calvino, bottoni o culi di bottiglia, oggetti che ci appartengono quanto all’ autore che li ha disvelati.

Dentro ci sono i nostri speciali, individuali, indivisibili significati. 

 

Cristina Paglionico

 

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